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Il piede piatto è un disturbo morfo-funzionale del piede, caratterizzato dall’abbassamento totale o parziale dell’arco plantare interno.
E’ la manifestazione morfologica di una sindrome pronatoria, ossia una condizione nella quale, il piede, durante la deambulazione, resta pronato, con la volta appiattita e incapace, totalmente o parzialmente, di eseguire il movimento opposto, ovvero il movimento di supinazione, che comporterebbe un aumento dell’altezza dell’arco interno e di una maggiore rigidità strutturale del piede. Per questa ragione quando, in termini di funzione, ci si riferisce al piede piatto o alle sindromi pronatorie, si parla spesso di iperpronazione.
E’ bene sottolineare che il piede piatto non è una malattia in senso stretto (nella razza nera spesso è una caratteristica), tuttavia, è una condizione che, nel tempo, può portare a sovraccarichi e sintomatologia alle strutture del piede, dell’arto inferiore e della colonna.
Il trattamento chirurgico del piede piatto è di piena competenza del medico ortopedico.Il trattamento conservativo e riabilitativo è di competenza del podologo e prevede:
Spesso capita di sentire o di leggere le parole “piede piatto valgo” e “piede piatto pronato” che fanno pensare a differenze sostanziali. Si tratta di una terminologia più tecnica che non cambia la sostanza.
Piede Piatto Valgo – Il termine “valgo” intende un a deformità o, meglio, un atteggiamento che porta il retropiede (il calcagno) ad aprire un angolo verso l’esterno. In termini pratici, osservando il soggetto da dietro, vedremo che il calcagno si sposterà verso l’esterno: se disegnassimo due linee sulla superficie posteriore del calcagno, potremmo vedere questo:

Piede Piatto Pronato – Il termine “pronato” indica la condizione funzionale che caratterizza quel piede. La pronazione è quel movimento che porta all’appiattimento del piede: un piede piatto è (nella stragrande maggioranza dei casi) necessariamente un piede pronato quindi l’aggiunta della parola “pronato” non aggiunge nulla di particolarmente differente nella sostanza.
Ricapitolando: il termine “piatto” sta ad indicare l’abbassamento dell’arco interno, il termine “valgo” indica il movimento verso l’esterno del calcagno (visto da dietro) e il termine “pronato” indica la funzione di quel piede che permane in pronazione.
Nella pratica quotidiana, nella gran parte dei casi di piede piatto, questi tre elementi sono sempre riscontrabili e coesistono in misura variabile simultaneamente tra loro.
E’ un argomento sempre in auge specie tra i runners e gli sportivi, spesso soggetto a speculazioni e forzature che hanno poco a che fare con lo stato dell’arte della scienza podologico-podiatrica e molto a che vedere con le semplificazioni (e talvolta, banalizzazioni) della comunicazione commerciale. Cerchiamo in maniera sintetica e, per quanto possibile, semplice, di definire i due aspetti.

La pronazione è un movimento fisiologico, normale, che deve avvenire affinchè il piede sia in grado di dissipare le forze di impatto al suolo. La pronazione del piede, la dorsiflessione di caviglia, la flessione del ginocchio e la flessione e l’adduzione dell’anca, sono tutti movimenti a disposizione dell’arto inferiore per poter dissipare del forze di reazione del suolo quando il nostro corpo impatta a terra durante qualunque attività.
E’ un movimento che riguarda, nello specifico, due ossa del retropiede: il calcagno e l’astragalo. Durante la pronazione il calcagno everte, ossia, visto da dietro, apre un angolo verso l’esterno, e l’astragalo si abbassa e ruota verso l’interno. Questo movimento fa si che l’arco interno del piede si possa abbassare, diventando più piatto. Per questa ragione, pronazione e piattismo (fisiologico e non) sono intimamente connessi.
L’ iperpronazione è un termine che indica un eccesso di pronazione. E’ una parola tecnicamente poco corretta e particolarmente odiata nel mondo podologico-podiatrico: viene tuttavia largamente utilizzata (anche su questo sito ne facciamo uso, per semplicità comunicativa) per definire tutte quelle situazioni funzionali in cui il piede, dal punto di vista chinesiologico, permane in pronazione e non riesce a svolgere il movimento opposto di supinazione.
La parola iperpronazione fa pensare ad un eccesso in termini di quantità di movimento che tuttavia trova pochi riscontri scientific,i a causa anche dell’impossibilità di stabilire dei range di movimento normali e patologici universalmente validi. Si tende pertanto a considerare l’eccesso di pronazione come una questione di timing, ossia una condizione caratterizzata da un eccesso di tempo in quella data posizione, rispetto alla globalità del movimento osservato.
Un piede iper-pronato è quindi un piede che permane (parzialemente o totalmente) in una posizione pronata anche nelle fasi del passo in cui dovrebbe riuscire a supinare.
Il Piede Piatto non è una patologia, tuttavia può causare sovraccarichi alle strutture podaliche che, nel tempo, possono manifestare sintomatologia e/o deformità. Le principali patologie muscolo-scheletriche del piede correlate al piattismo, sono:
Alcune patologie della gamba, del ginocchio e del bacino sono correlabili con la dinamica del piede: quando il piede resta appiattito e pronato, induce una catena di compensi da parte di ginocchio, anca e bacino che si devono adattare al movimento del piede. Questi compensi non sono necessariamente patologici ma possono favorire, nel tempo, fenomeni degenerativi e infiammatori che possono portare allo sviluppo di alcuni disturbi, tra cui:
I Plantari sono dei dispositivi terapeutici utilizzati per il trattamento dei disturbi del piede. Nel caso specifico del piede piatto, il plantare ha lo scopo di:

Non esiste una risposta clinica univoca a questa domanda, in quanto ogni singolo caso presenta delle specificità che potrebbero richiedere interventi ortesici differenti.
Tuttavia, anche alla luce dei più recenti studi*, è possibile affermare che il Plantare Funzionale è l’ortesi del piede che garantisce il maggior grado di correzione biomeccanica nella patologie caratterizzate da iperpronazione come il piede piatto e le sindromi del tibiale posteriore

Fino a 6-8 anni il piede è piatto ed è normale che così sia. E’ possibile tuttavia che vi siano segni o sintomi (dolore, affaticabilità, ecc) che possano richiedere una valutazione podologica ed un eventuale intervento ortesiologico.
I plantari posturali, conosciuti anche con il temine “solette propriocettive”, sono dei dispositivi che, con l’ausilio di piccoli elementi di stimolo, favoriscono una risposta muscolare attiva da parte dei muscoli del piede e, in generale, di tutta la catena cinetica.
L’obiettivo di questo approccio è quello di produrre uno stimolo attivo per un miglioramento motorio e funzionale, abbandonando i concetti passivi del “sostegno” e del “contenimento”.
La scelta della terapia con plantari posturali si rivela particolarmente vincente ed efficace quando viene associata all’esercizio terapeutico e all’attività sportiva che preveda la corsa e il salto.
E’ pensiero comune il fatto che il piede piatto provochi mal di schiena. E’ un’opinione diffusa al punto tale che molti pazienti con dolore lombo-sacrale, sono disposti a “metter mano” ai loro piedi in quanto “causa” del loro dolore alla schiena. La realtà dei fatti è tuttavia povera di “bianchi e neri” e molto più ricca di “grigi” e non esistono purtroppo, risposte univoche e universalmente valide.
La letteratura scientifica si è spesso interrogata circa le correlazioni tra il piede piatto e il dolore lombare e quello a cui spesso è giunta a conclusione è che esistano delle correlazioni in termini di movimenti scheletrici e funzione muscolare che possano giustificare dei sovraccarichi che a loro volta possano portare a dolore.
Nello specifico, un recente studio*, ha dimostrato che l’alterazione della funzione e dell’attivazione muscolare dei pazienti con piede piatto presi come campione di studio, può predisporre a lesioni e sovraccarichi alla schiena. Questa conclusione induce a considerare il piede come un elemento importante (ma non l’unico!) da considerare nella riabilitazione dei disturbi che provocano dolore lombo-sacrale.
In conclusione quindi è bene tenere a mente che il piede può essere un elemento determinante ma non lo è necessariamente. Vanno quindi evitate correlazioni dirette eccessivamente semplificatorie che non sono nell’interesse né dei pazienti, né degli operatori. E’ bene valutare attentamente caso per caso per cercare di utilizzare gli strumenti terapeutici più efficaci in ogni specifica occasione, per ogni singolo paziente.